TV

13 09 06

Un tema centrale nello sport contemporaneo. Il basket in Italia non è visibile "in chiaro", vale a dire senza doversi dotare di un aggeggio che decodifichi segnali emessi dietro pagamento di un (ulteriore) canone. Un uomo su tutti sta cercando di realizzare l’incubo del Grande Fratello orwelliano, impossessandosi di tutti i mezzi di comunicazione; il suo portafoglio, e i debiti di chi possedeva prima le fonti di comunicazione, gli permettono di portare a termine il suo progetto.

In Italia, dove ci distinguiamo come provincialotti con tutti i difetti che questa parola porta con sé, oltre al satellitare pay aggiungiamo anche un digitale terrestre (che è terrestre solo per distinguerlo da quell’altro modo di oscurare i contenuti e rilasciarli per profitto) che trasmetterà gli eventi sportivi solo a chi ricarica la scheda.

Entro nel merito proponendo una teoria filosofica. Peter Wenz suggerisce di riprendere la distinzione avanzata da Adam Smith (filosofo ed economista scozzese del Settecento) tra valore d’uso e valore di scambio. La prendo un po’ larga, abbiate pazienza. Il valore d’uso, in uno sport, sarebbe il valore della pratica in prima persona di quello sport: il fatto che migliorerò fisicamente, che potrò socializzare, che potrò aumentare la stima e il rispetto che ho di me - sono tutti benefici che derivano dalla pratica di uno sport. Si sta meglio, in parole povere. Il valore di scambio invece è quello che deriva da elementi che non sono essenziali alla pratica, ma la accompagnano a certi livelli: i guadagni, la fama, l’adorazione degli spettatori. Lo sport ne può fare a meno, tanto che quando si va al campetto non ci aspettiamo di sicuro cinquemila tifosi e le tv che ci riprendono.

Ora, secondo Wenz, un aumento del valore d’uso (cioè, un aumento della pratica in prima persona, un incremento dei praticanti) porta un parallelo e proporzionale aumento del valore di scambio (più praticanti = più spettatori: se gioco a basket, in tv guardo il basket prima e più degli altri sports; ma anche più praticanti = maggior diffusione dello sport = maggiore importanza di quello sport). Fin qui sembra ragionevole. Quello che si può notare, perlomeno superficialmente e in mancanza di analisi sociologiche dedicate, è che al contrario l’equazione non va. Un aumento del valore di scambio non porta a un aumento del valore d’uso, anzi causa una flessione del valore d’uso. Wenz la chiama Inverse Relationship Thesis (IRT), ma con termini familiari fin dalla scuola dell’obbligo possiamo dire che la relazione "valore di scambio-valore d’uso" è inversamente proporzionale (mentre ricordiamo che la relazione valore d’uso-valore di scambio è direttamente proporzionale).

Da questo ragionamento, dovremmo dedurre una politica sociale che preveda la riduzione a zero del valore di scambio per portare al massimo il valore d’uso. Eliminare le trasmissioni tv (e i compensi ai professionisti) per spingere tutti gli affamati di sport a praticarne, o a seguire eventi locali (una partita di Prima Divisione, Promozione, serie D che sia), contribuendo in questo modo a rilanciare tutto il movimento dal basso, non più soffocato dal peso del professionismo.

Questa in estrema sintesi una proposta di Wenz. A tratti è persino convincente e affascinante… 


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Posso giocare?

07 09 06

Immaginiamo una scena: due "capitani" fanno le squadre per giocare. Sceglie il primo, poi il secondo, di nuovo il primo e così via. Alla fine, proprio perché non c’è nessun altro e serve il numero, viene scelto anche quello meno bravo. Magari è basso, o mingherlino, o cicciotto, o ha gli occhiali, o tira come se si fosse slogato la spalla, o non ha mai il coraggio di tirare, insomma avete capito: quello scarso. Ma gli piace giocare!

Immaginamone un’altra: arriviamo al campetto e lo troviamo occupato. "Posso giocare anche io?". Aspetta il tuo turno. Che arriva solo se qualcuno si fa male, o se mentre aspetti arrivano altri e fate una squadra, pronti a prendere il posto degli sconfitti nella partita in corso. Come sui playgrounds americani, gioca chi vince e chi perde si siede.

Cosa hanno in comune queste situazioni? Chi gioca parla di competizione; chi non gioca, dice discriminazione.

Uno dei temi trattati dall’etica dello sport è l’accesso al gioco: bisogna avere certe qualità per poter praticare sport? Ce lo possono impedire? Le donne, gli appartenenti alle minoranze etniche o culturali, chi "non ha il fisico", sono storicamente stati esclusi dalla pratica sportiva. Lo sport così come lo conosciamo è una evoluzione di un gesto culturale decisamente british. Solo il gentleman, vale a dire l’inglese ricco, bianco ovviamente, poteva dedicare tempo a qualcosa che non servisse a mettere il pane in tavola per la famiglia. Sono nati il rugby, il cricket, l’equitazione ha raggiunto diversi livelli (gare con i cavalli l’uomo le fa da sempre), il tennis, il ciclismo. Diventando sport e non semplice passatempo, la pratica non ha perso la sua connotazione discriminatoria.

Le cose stanno cambiando, ovvio: basta accendere la tv e vedere le gare professionistiche, ci sono anche minoranze e donne. Per non parlare degli sport per disabili/diversamente abili. La pallacanestro per esempio si gioca anche in carrozzina, e ci sono grandi talenti, grandi tiratori, tanto bravi che sarebbe sciocco (non solo discriminatorio) togliere loro la possibilità di mostrare quel che valgono e di divertirsi, di giocare.

Jane English, filosofa americana, sostiene che l’accesso allo sport deve essere garantito a tutti per una ragione ben precisa: lo sport realizza quelli che lei chiama basic benefits, benefici fondamentali. Tra questi, la salute fisica e mentale, il divertimento, la socializzazione. Sarebbe il caso di porci la questione se questi benefici siano davvero fondamentali per l’essere umano; possiamo dare per scontato, però, questo presupposto psico-antropologico: le persone desiderano sentirsi meglio, socializzare e divertirsi. La ricerca filosofica non ha bisogno (anche se ha la capacità) di spingersi a indagare la validità del presupposto.

Quindi, dato che stiamo meglio se facciamo sport, lo sport dovrebbe essere libero per tutti. Di più, in un contesto rawlsiano la English sostiene che per avere giustizia sociale è necessario che l’accesso ai basic benefits sia garantito a tutti. 

Successivamente, i basic benefits vengono distinti dagli scarce benefits, ovvero i beni scarsi, quelli di cui si impadroniscono coloro che raggiungono i massimi livelli della competizione: fama, ricchezza. I professionisti hanno i beni scarsi, ma questi non sono indispensabili per stare bene, bastano (e sono necessari) quelli fondamentali.

Roosvelt, il quadripresidente USA, avviò il New Deal per risollevare l’economia del proprio Paese; tra gli stanziamenti di fondi, molti andavano nella costruzione di campi sportivi. La spiegazione è logica: cittadini sani sono soldati pronti. Ma, per quel meccanismo che chiamiamo eterogenesi dei fini, si concausa anche un effetto benefico: ci sono cittadini sani! E senza spendere denaro: i campi erano pubblici. 

Ora, forse c’è un problema: non sembra che un provvedimento del genere costringa tutti a fare sport? Possiamo ritenere lecito che le guide di una società stabiliscano che i cittadini debbano praticare sport "per il loro bene"? Lo "sport per il tuo bene" è sullo stesso livello di qualsiasi altra decisione "per il tuo bene" presa dai governanti? Rimane sempre una società giusta?

Al momento non riesco a trovare argomentazioni dettagliate per differenziare lo sport da, per esempio, una politica di limpieza de sangre (in Spagna l’Inquisizione rilasciava attestati di pulizia del sangue, in modo da dimostrare che il portatore non aveva sangue infedele - moro o ebreo - nelle vene) o di selezione della razza (gli ariani…). Anche perché effettivamente lo sport è un mezzo per migliorare la "razza" umana. Siamo sempre più alti, più longevi, più forti, più in salute.

Ma intuitivamente (una forma di intuizionismo popolano, quasi utilitarismo, o quasi etica della simpatia) si comprende che è profondamente ingiusto negare a qualcuno la possibilità di giocare. Credo che la strada giusta (tanto nella ricerca quanto nella vita quotidiana) sia insistere sui benefici fondamentali.


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Doping e basket

28 07 06

Lo spunto per l’articoletto di oggi è l’ennesima positività del ciclismo. Un colpo sparato alto, visto che si tratta della maglia gialla dell’ultimo Tour di France, Floyd Landis. Una positività piuttosto stupida, a pensarci bene, perché il testosterone pur essendo anche prodotto dal fisico umano è uno degli stimolanti-dopanti più facilmente rintracciabili negli esami - ovviamente ai fini del doping si utilizzano derivati sintetici, che hanno più effetto anabolizzante e meno effetto mascolinizzante (il che vuol dire che non fanno crescere i baffi alle nuotatrici cinesi, per esempio). Il più famoso è il nandrolone, ma possiamo citare anche oxandrolone, clostebol, stanozanolo, tetraidrogestrione (THG anche questo abbastanza noto), deidroepiandrosterone (DHEA) e deossimetiltestosterone (DMT), nella cui preparazione entra il litio che è tossico.

Ciò che non giustifica l’assunzione di queste sostanze in primo luogo è il pericolo potenziale per la salute della persona che rappresentano. Un principio che sembra accettabile per semplice buon senso, tanto da essere ormai proverbiale, è che la salute viene prima di tutto. Possiamo pensare di utilizzarlo come principio primo senza necessità di dimostrazione? Casomai servisse una dimostrazione, la prima che mi viene in mente è che se non si sta bene non si può fare nient’altro. E in più si sta male. Ma forse per qualcuno sarebbe meglio una vita breve e gloriosa piuttosto che una lunga e anonima - Achille, quello omerico, la pensava così. Tranne in qualche momento in cui qualche ripensamento affiorava…

Ma in genere tutti preferiamo stare bene il più a lungo possibile, basta pensare a cos’è solo un mal di pancia o un’influenza e a come siamo contenti quando ci passano. Quindi, assumo che il principio della tutela della salute personale è valido universalmente e senza necessità di altre dimostrazioni - è naturale

Ci possono essere altri argomenti contro il doping (così come ce ne sono anche a favore di una maggiore libertà per l’atleta di "aiutarsi" in modi oggi non permessi): il cattivo esempio dato ai giovani sportivi, il fair play, il gioco pulito. Ma credo sia sufficiente il richiamo all’istinto naturale al mantenimento della propria salute.

Noi nella pallacanestro siamo puliti? Ahimè no. Ci sono diversi casi noti a tutti, certo che numericamente confronto al ciclismo non c’è paragone, ma fanno ugualmente male. E sono altrettanto stupidi! Qualcuno ricorda i trascorsi di Mario Boni? Squalificato nel 1994 perché al controllo fu trovato positivo al nandrolone, è stato colpito dai giudici una seconda volta nel 1998 per il clostebol (entrambe le volte quindi uno steroide anabolizzante), e addirittura la seconda volta i giornali davano per finita la sua carriera.

Ma nel nostro sport i casi più numerosi sono positività al THC (tetraidrocannabinolo), ovvero il principio attivo della cannabis. Ossia, canne. Il caso più recente nel nostro campionato è quello di Ansu Sesay della Carpisa Napoli, "pizzicato" al controllo della partita del 4 maggio contro Capo d’Orlando. Ma il malcostume dilaga: il 30 maggio in LegaDue hanno pescato un giocatore della Sebastiani Rieti, Fernando Cavagna, dopo la partita contro Montegranaro, sempre per THC.

Non mancano casi più gravi: nel 2005 Michael Wright, draftato nel 2001 dai New York Knicks ma mai sceso su un parquet NBA, risultò positivo alle anfetamine quando giocava per l’Alba Berlino. Nel 2004 Natasha Arthur, giocatrice del Lethbridge Commmunity College in Canada, addirittura alla cocaina - caso piuttosto singolare, visto che tanto per cominciare al college non dovrebbe essere richiesto lo stesso livello di prestazione che solitamente ci si aspetta dai professionisti, tantomeno in un college che non è tra i primissimi della NCAA, tantomeno in Canada, ma soprattutto nel basket femminile!

Insomma, abbiamo anche noi le nostre rogne da grattarci, e credo che il migliore dei modi per uscire da questo problema sia l’educazione sportiva dei giovani praticanti. Le informazioni sul doping che ho riportato qui vengono da un agile libercolo che ha anche il pregio di essere piuttosto economico (6 euro): Doping: Off Side curato da Marcello Ghizzo edito da Zelig Editore / Comunità Nuova ONLUS. Sarebbe un buon regalo, come usa fare Phil Jackson, per una squadra giovanile.

Carattere

08 03 06

Il carattere è un comportamento abituale (more…)

Lassù sulle montagne

04 12 05

Robert Nozick (un paio di schede in italiano: qui e qui; e una in inglese), noto soprattutto come teorico dello Stato minimo, ha usato il basket negli esempi che forniva per spiegare le sue posizioni.
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