Gioco di squadra

30 10 07

portorico, 1950

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La pallacanestro è uno sport di squadra. Anzi, preferisco dire: la pallacanestro è un gioco di squadra. Stabilita questa eterna verità, resta da capire cose voglia dire. Perché si sa che molto spesso il basket non è interpretato da grandi altruisti.

Ma il problema non è solo del basket: l’altruismo è merce rara nel mondo. Molti (soprattutto economisti) hanno sostenuto che l’egoismo fa muovere le cose. Detto in modo molto semplicistico, l’Occidente, con l’enfasi posta sull’individuo, sembra terreno fertile per la crescita dell’egoismo. In fondo il capitalismo classico è l’espressione più compiuta di un sistema egoista.

Gli studi naturali hanno provato a cercare conferme al fatto che la vita è egoismo: il più famoso di questi studi è quello di Richard Dawkins, che nel 1976 parlava di gene egoista.1 Secondo Dawkins, ogni gene che compone i corpi degli esseri viventi ha il solo scopo di replicarsi, e per questo scopo usa tutti i mezzi che riesce a immaginare. Insomma, saremmo macchine che trasportano replicatori compulsivi. Dawkins, certo, sostiene che l’essere umano è l’unico, tra tutti i viventi, a capire questa funzione e quindi l’unico che, con un po’ di sforzo consapevole, se ne può liberare.

L’altruismo, oltre a essere una possibile strategia del gene egoista, in quest’ottica potrebbe quindi anche essere una cosa innaturale, creata dall’uomo per liberarsi dalla tirannia genetica.

Molti problemi sorgono dalla visione genocentrica che ha imperato per una decina d’anni (e ormai è molto ridimensionata); tanto per cominciare, un problema scientifico ma anche sociale: non sono solo i geni a formare i "corpi", c’è anche l’ambiente. La selezione naturale non viene certo da dentro, dai geni; viene da fuori, dall’ambiente. In secondo luogo, un problema di ordine filosofico: se davvero siamo schiavi dei geni che vogliono solo replicarsi, vuol dire che non siamo liberi di fare alcuna scelta (Schopenhauer parlava di voluntas). La filosofia morale sarebbe morta. Da questo, nasce un nuovo problema sociale: se sono i geni a condizionare i comportamenti dei corpi-macchine, i criminali non vanno puniti perché non avevano "vera" intenzione di fare del male, anzi i loro geni erano pienamente convinti di fare del bene. A se stessi, ovvio.

Ma torniamo all’altruismo come strategia: basandosi sulla teoria dei giochi si è pensato che un egoista razionale possa adottare un comportamento altruista quando vede che ne ricava un profitto maggiore. Da un fine egoista deriverebbe un atteggiamento altruista, una specie di do ut des.

La teoria dei giochi spiegata in breve: immaginiamo una situazione in cui due (o più) giocatori siano posti di fronte a delle scelte. Da ogni scelta deriva un profitto o una perdita in gradi diversi. Gli economisti, che usano questa teoria, sostengono che il giocatore è un egoista razionale: ha l’unico scopo di massimizzare il profitto personale.

Diciamo che siamo all’ultima azione di una partita, sotto di un punto, pronti all’ultimo tiro per vincere o perdere. Abbiamo messo palla in mano al miglior tiratore, che in questo caso è anche il più egoista della nostra squadra, quello che appena prende tira. In questa partita ha avuto una percentuale scandalosa, diciamo attorno al 20%. E questo giocatore è ancora lontano da canestro, diciamo a 8 metri. Più avanti, libero sotto canestro, c’è un giocatore buttato in campo per la prima volta, che non è esattamente un fenomeno al tiro, che è nervoso e un po’ ha paura di commettere errori. Ma come qualunque giocatore di basket, ha una certa voglia di avere il pallone in mano, e magari segnare il canestro della vittoria.

Cosa si fa? Il giocatore egoista (solitamente) capace la passa? La sua situazione è questa: se passa la palla, il compagno ha una posizione più favorevole e magari è più facile che faccia canestro, considerato che ha tirato col 20%. La squadra potrebbe vincere. Però, lo smarcato non sa tirare e potrebbe sbagliare: l’ultimo pallone va in mano a quelli che possono sopportare il carico. Qual è la strategia più razionale per uscire dall’impasse? Quale che sia la scelta, potremmo "pesarle" tutte e dare dei punteggi, in modo da valutare economicamente la razionalità di ognuna.

Se il "gioco" si fa una sola volta, si è scoperto, è più razionale scegliere una strategia che porta beneficio a se stessi senza curarsi dell’altro. L’egoista tira, e fa bene. Perché anche se sbaglia, si sa che è lui l’uomo dell’ultimo tiro, e poi si dice che ha coraggio, e che l’altro è un brocco e insomma, se si voleva vincere doveva tirare lui, e vada come vada.

Se il gioco invece si reitera, si ripete più volte, si aprono due possibilità. Qualora il gioco si reiteri un numero infinito o sconosciuto di volte, non conviene comportarsi in modo egoista. Un egoista non trova appoggio, non piace a nessuno. E se l’egoista continua a prendersi l’ultimo tiro quando tira male, va a finire che nessuno gli passa più la palla e lui ha finito di giocare a basket. Controproducente. Purtoppo la realtà spesso non funziona così e gli egoisti non capiscono questo livello di razionalità (esempio: la strategia capitalista che consuma le risorse del mondo per il profitto immediato di pochi).2

Se però il gioco si ripete per un numero finito o conosciuto di volte, allora conviene ancora scegliere l’opzione egoista. Perché si presume (o almeno, lo presumono gli economisti) che anche l’altro giocatore sia egoista e quindi se voglio il mio profitto è meglio che cominci subito a prendermelo.

Una lotta per accaparrarsi dei beni scarsi.

Oggi questa visione è messa fortemente in crisi. Non è difficile capire che è quella che si chiama "profezia autoavverante". Diciamo che gli altri sono egoisti e quindi dobbiamo pensare a noi, e in questo modo, comportandoci egoisticamente, causiamo il risentimento degli altri che, chiedendosi la fatidica domanda "ma io sono scemo?", diventano egoisti per non soccombere, per non restare esclusi dai beni. Il free rider alla guida della società, è paradossale. E distruttivo, chiaro.

Molti hanno sottolineato che invece gli esseri viventi non sono egoisti, ma socievoli. Frans DeWaal, primatologo, sostiene questo punto di vista. Ma lo faceva già Aristotele 2300 anni fa ("L’uomo è un animale sociale"). La scoperta dei neuroni specchio (un gruppo di neuroni che reagisce alle emozioni degli altri come se fossero nostre) è una solida base per pensare che non siamo nati per essere egoisti. Nel nostro cervello, il dolore o il piacere di un consimile (ma non solo, anche di altri esseri viventi non umani) provoca l’attivazione delle stesse aree che vengono attivate quando siamo noi stessi a provare dolore o piacere. L’etica della simpatia (Hume, Smith) diceva più o meno la stessa cosa senza bisogno di una risonanza magnetica funzionale. In greco, simpatia significa "soffrire, sentire insieme".

Da questo punto di vista, l’altruismo non è un sacrificio compiuto in vista di un maggior guadagno, ma la naturale condizione dell’essere vivente. Si può spiegare il fatto che siamo naturalmente altruisti con la teoria evoluzionistica: nel corso del tempo gli ambienti hanno selezionato gli esseri che erano pronti ad aiutare il prossimo, mentre gli egoisti, non aiutando nessuno, non ricevevano nessun aiuto nei momenti di pericolo. La lotta per la sopravvivenza predilige l’altruismo.

Si può obiettare che oramai le società umane sono zeppe di egoisti. Come mai?

Boh. Forse perché il cervello umano è strutturato per piccoli gruppi (ricorda e riconosce circa 150 persone, più o meno la quantità di individui di una tribù) e quando si confronta con gruppi più grandi fa fatica e si trova spaesato (si dice comunemente che nelle grandi città non c’è l’ambiente cordiale dei piccoli paesi - dove "ci si conosce tutti"). O può essere che una società dove le cose si comprano (e non si cacciano/raccolgono) abbia tolto la pressione della necessità di collaborare. O forse, è colpa di qualche egoista sopravvissuto che, giocando da free rider, guasta l’ambiente e tutti, chiedendosi "ma io sono scemo?", sono costretti a giocare sporco per non soccombere.

Note:

  1. Richard Dawkins, Il gene egoista, Mondadori, Milano, 1995.
  2. I presidenti statunitensi, che agli occhi del mondo sono colpevoli del rifiuto degli accordi di Kyoto, e sono visti come quelli che non credono a chi sostiene le teorie del riscaldamento globale, hanno una peculiarità, soprattutto i repubblicani. Sembra che molti (citiamo Reagan, Bush padre e probabilmente anche Bush figlio) ritengano prossima la fine del mondo, l’apocalisse. In questa situazione, stando alla teoria dei giochi (che dagli anni della guerra fredda è la teoria adottata senza riserve alla Casa Bianca), è razionale accaparrarsi tutto il possibile, tanto non c’è un domani e il "gioco" non si ripeterà, quindi l’egoista vince.

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Questioni di statura

17 09 07

Prima dell’Eurobasket avevo iniziato un discorso sui fattori che determinano la statura delle persone. Un articolo su LeScienze.it riportava gli ultimi esiti riguardo a quanto la genetica conti (circa il 90% secondo lo studio in questione).

Conviene definire meglio i termini: si parla di differenze tra popolazioni, non tra individui; e il dato è necessariamente statistico, si basa sulle medie nazionali. Per esempio, la media italiana è 1.77 per i maschi del centro-nord e 1.74 al sud, mentre la statura media olandese 1.83 (sempre per i maschi). I dati li potete trovare su Wikipedia alla voce "Statura". Nelle Alpi Dinariche la statura media maschile è di 1.85 abbondanti, la più alta, ma noi che ne sappiamo di basket non siamo certo stupiti.

In Olanda una delle lobby che esercitano pressioni sul governo è il Klub Lange Mensen, il Club degli uomini alti. Questo fatto indica che la statura fisica ha anche una valenza sociale. E questo è il tema, oltre che di questo articolo, anche e soprattutto di un bel libro che ho appena acquistato, Una questione di statura di Stephen S. Hall. Hall è un divulgatore scientifico che per sua ammissione si interessa a questo tema perché è basso, e ha sofferto la sua scarsa statura soprattutto nell’infanzia e nell’adolescenza.

Come rileva Hall, usiamo termini come "statura" anche per indicare il valore morale delle persone: chi ha una statura (sottinteso: alta) morale è una persona degna di rispetto e da imitare. Vale anche la contrario, perché quando si delinea il carattere di una persona che è moralmente disprezzabile parliamo di "bassezza". Termini puramente descrittivi sono entrati a far parte del linguaggio morale, con intento prescrittivo; elogiare la statura morale di una persona sembra equivalere al consiglio: "Comportati come lui/lei".

Questo uso secondario del termine statura ha creato un pregiudizio sociale nei confronti delle persone basse (o ha sfruttato un pregiudizio già esistente), alle quali viene spesso imputata una fantasiosa "sindrome di Napoleone", vale a dire che chi è basso diventerebbe un pazzo fanatico pronto a tutto per la sua sete di dominio che nasce da un complesso di inferiorità. Alcuni esempi famosi di personaggi accusati (N., H., B.) però non bastano a fare una legge di natura. Si tratta di un pregiudizio ingiustificato a livello morale, ma che ha una radice nella biologia e nella psicologia umana: Hall porta l’esempio dei bambini che desiderano essere "più alti" - per una questione pratica ("così posso prendere i biscotti sullo scaffale in alto") e soprattutto per una questione gerarchica: nei gruppi di bambini la prima tendenza è considerare "capo" il più alto. Questo dato potrebbe anche spiegare il bullismo, ma quello che si vede nei vecchi film o cartoni animati (il Gian di Doraemon, per esempio), non quello del giorno d’oggi dei minicriminali annoiati e griffati.

Tutta l’iconologia ci presenta le persone eminenti come più alte della media. I re portano la corona e siedono su scranni più alti. I greci rappresentavano i loro dei come molto più grandi fisicamente delle persone, ed Ercole, prima rappresentato come normale uomo, viene in seguito alla sua divinizzazione riprodotto alla stessa grandezza degli dei (Ercole. Una vita da eroe, A. Blanshard, Donzelli 2006), ma basta fare mente locale e ci si rende conto che non solo i greci avevano questa abitudine. Alto è bello? La considerazione della statura ha indubbiamente una radice psicologica (tutti vorremmo essere più alti, soprattutto quando siamo in piena fase di crescita - tranne chi è già affetto da una disfunzione che lo rende troppo alto). I giganti popolano le leggende di tutti i popoli, a volte buoni a volte cattivi (Golia). Persino al giorno d’oggi le loro azioni si tingono d’eroismo leggendario, come dimostra l’articolo su Bao Xishun che salva due delfini perché con le sue lunghe braccia riesce a tirare fuori dal loro stomaco dei sacchetti di plastica che li avrebbero soffocati - chi salva due delfini è un eroe.

Certo è il caso di notare che non solo chi si discosta verso il basso dalla media subisce la situazione, ma anche chi si discosta verso l’alto: come detto, i giganti sono spesso cattivi nelle storie di tutti i tempi. Tutti coloro che si discostano dalla media sono "anormali". Ma perché l’alta statura ci da generalmente un’impressione e la bassa un’altra?

Probabilmente, come tutti gli animali, stabiliamo con chi non vorremmo mai competere formandoci un giudizio in base alla forma fisica degli avversari: nessuno sano di mente andrebbe a fare a pugni con Nikolai Valuev, "la bestia dell’est". Per il semplice motivo che un bestione alto 2.13 e carico di muscoli fa paura, e quando poi si viene a sapere che Paolo Vidoz, peso massimo italiano di tutto rispetto, deve al russo il soprannome di "Mascella di titanio" i timori aumentano. Meglio farselo amico.

Eurobasket U18

11 08 07

La partita tra Lituania e Serbia serviva agli spagnoli, guidati in campo da Ricky Rubio, per il passaggio del turno: contava infatti lo scarto con cui la Lituania avesse battuto la Serbia.

La partita è terminata 75-71 per i baltici, e 4 punti sono troppo pochi per favorire gli spagnoli nel differenziale canestri contro la Serbia, così passa la Serbia e la Spagna (con gli stessi punti nel girone ci sono Lituania, Serbia e Spagna: 9) sta fuori dalle semifinali e si deve giocare il 5° posto.

Ora però la Federazione iberica presenta ricorso e allega questo video per dimostrare un inciucio della peggior specie:


All’inizio del video sembra tutto normale: si torna in campo dopo un time-out, i giocatori sembrano un po’ molli ma in fin dei conti sono le ultime azioni della partita. Quando ho letto il titolo su acb.com ho pensato alla solita sparata spagnola (nel campo sportivo sono più piangina degli italiani). Senonché a un certo punto la Serbia apre con un lungo passaggio verso un giocatore smarcato, e il centro lituano invece di ostacolare questo serbo che va a canestro si piazza con le spalle al campo di gioco e allarga le braccia in un atteggiamento che sembra voler impedire a chiunque altro di intervenire, lasciando quindi un canestro facilissimo al balcanico. E sulla rimessa immediatamente successiva, il giocatore che rimette sceglie il lato palesemente sbagliato, e cerca di passare al compagno marcato invece che a quello libero (che è alla stessa distanza, solo dall’altro lato); ma sembra che invece che indirizzare la palla verso il suo compagno (cosa già sconsiderata perché al serbo basterebbe un balzo per intercettare), la butti direttamente nelle mani dell’avversario, che non si muove dalla sua posizione, ma riceve l’apertura come fosse lui il lituano.

Effettivamente le azioni sono un po’ sospette.

Fallo tattico

15 05 07

Una partita di pallacanestro, si dice, è bella perché fino all’ultimo secondo può succedere qualsiasi cosa, non si sa chi vince. Esclusi i casi più ovvi in cui una squadra è sopra di 40 a fine terzo quarto e gli avversari sono rimasti in quattro per i falli, ammettiamo che sia vero nella maggior parte dei casi, e chiediamoci: come mai? La risposta potrebbe essere: perché il gioco in sé è molto equilibrato, perché ci sono i canestri da 3 punti, perché su 40 minuti giocati a tutta un black-out può capitare in qualsiasi momento, perché la fortuna gioca un ruolo importante (quando il centro avversario ti bersaglia con tre triple consecutive, le uniche di tutta la sua ventennale carriera, cosa pensi?). 

Se siamo un attimo più smaliziati, la risposta è: perché comincia una caccia all’uomo. Se il divario non è così grande, si può approfittare del regolamento che punisce i falli in modi particolari: si dispone di un massimo di cinque falli di squadra per quarto di gioco entro il quale chi subisce il fallo non andrà a tirare i tiri liberi, a meno che ovviamente non abbia subito il fallo mentre stava tirando o completando in qualche modo (terzo tempo, schiacciata) la sua azione. Oltre questo limite, ogni fallo commesso sarà sanzionato con due tiri liberi a favore di chi ha subito il fallo. Come ogni volta che l’arbitro fischia, nella pallacanestro il cronomentro viene fermato: i tiri liberi avvengono in una specie di limbo temporale, non sono nel tempo regolamentare. Queste due regole permettono alle squadre in svantaggio di pochi punti di gestire il tempo e il possesso del pallone: infatti, se l’avversario mette a segno il secondo tiro libero, la palla va rimessa da fondo campo, e quindi è in mano a chi ha commesso il fallo.

Sfruttando queste regole spesso si riesce a rientrare dallo svantaggio, e magari addirittura a vincere. Il problema è che lo sfruttamento di queste regole avviene in modo non regolamentare! Non esiste articolo, nel regolamento del basket, che dica: "Fai fallo se vuoi recuperare". Tutt’altro: falli di questo genere dovrebbero, da regolamento, essere considerati intenzionali (VOGLIO far fallo, perchè VOGLIO fermare il tempo e magari recuperare il possesso del pallone in fretta) e quindi antisportivi. E un fallo antisportivo è punito più severamente, tanto che alla fine la palla è ancora in mano a chi ha subìto il fallo. Ma allora come mai questo non succede? Perché ognuno di questi falli a fine partita, commessi con chiara intenzione (fermare il cronometro), non viene sanzionato come antisportivo?

A questo punto, richiamiamo una distinzione tra le regole. Da che mondo e mondo esistono regole scritte (esempio: il Codice Civile dello Stato) e regole non scritte (esempio: la faida, la vendetta). Nello sport la distinzione è tra regole costitutive e regole di strategia: le regole costitutive, come dice il nome, costituiscono lo spazio entro il quale lo sport ha luogo; sono determinate nel regolamento ufficiale, per esempio, le dimensioni del campo da gioco, i limiti di tempo o punti, il numero di giocatori, cosa è "fallo" e quanti falli sono permessi, e come vengono comunque sanzionati. Se lo sport fosse solo regole costitutive, ogni smanacciata alla fine di una partita di basket andrebbe considerata e punita come fallo antisportivo. Evidentemente non è così, e allora possiamo pensare solo due cose: o gli arbitri non rispettano il regolamento, o ne rispettano (loro e i giocatori) uno diverso.

Il caso è proprio il secondo: si parla di regole di strategia, ovvero un insieme di usi che non sono nel regolamento ufficiale, ma sono ugualmente noti a tutti, e da tutti accettati. Un accordo tra i partecipanti, che si aggiunge al regolamento ufficiale, e lo può modificare leggermente. I falli a fine partita vengono chiamati "falli tattici" perché sono una strategia, per ricucire il punteggio; ed è una strategia che tutti conoscono, che tutti accettano e che tutti sono pronti a mettere in pratica. Pur essendo una infrazione al regolamento e una infrazione allo sfondo morale di ogni regolamento in senso astratto (a fondamento di ogni regolamento ci deve essere sempre una regola implicita che dice: "bisogna rispettare il regolamento"), non viene vissuto come imbroglio o come atto immorale in qualche modo. Non c’è da vergognarsi, insomma; nell’uso comune, è una strategia perfettamente lecita e nota a tutti i partecipanti al gioco: se io sono indietro, so che la userò; se sono avanti, so che il mio avversario la userà, ma non griderò allo scandalo. E se sono l’arbitro adotterò un metro di giudizio diverso, considererò le regole di strategia invece di quelle costitutive, perché il caso è speciale e non è contemplato nel regolamento ufficiale in dettaglio.

Chiaramente la distinzione è sottile: un fallo tattico però si riconosce perché non è guidato dall’intenzione di fare male all’avversario, e si nota a occhio nudo la differenza; così non tutti i falli commessi alla fine della partita, per tattica, vanno giudicati con il metro delle regole di strategia  - anzi, quelli cattivi vanno severamente puniti.


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Corpo-Soggetto

21 09 06

logo anno della donnaLa Fiba ha organizzato un "Anno della donna nel basket" che avrà il punto più alto in concomitanza con gli Europei femminili di Italia2007. Forse la cosa è sfuggita ai media, e se c’è qualcosa che è trattato peggio del basket è il basket femminile. Uno degli obiettivi del programma Fiba è dare maggior visibilità proprio allo parte femminile dello sport più bello, uno dei primi a coinvolgere le donne: la data di nascita della pallacanestro è l’inverno 1891, e già nel 1892 si giocavano partite femminili - piuttosto strane, se è vero che si intepretavano i ruoli come statuine, le guardie a guardia del canestro, le tiratrici in posizioni fisse a ricevere la palla e tirare.

Lo sport in genere ha escluso le donne, e solo negli ultimi cinquant’anni la strada è aperta anche per loro. Tra le "scuse" addotte, la più consumata è che le donne sono fisicamente inferiori; a questa si aggiunge spesso che le donne non hanno una natura competitiva. Lo sport, in buona sostanza, sarebbe roba da maschi sia fisicamente che caratterialmente.

Una delle proposte più serie, nel panorama femminista in etica dello sport, ma non solo dello sport, è quella di Iris Marion Young. La filosofa politica americana parte da una distinzione tra body-subject (BS - corpo-soggetto) e body-object (BO - corpo-oggetto) per avanzare la sua critica al mondo sportivo. Il BS è descritto come attivo, propositivo, creativo, mentre il BO è al contrario passivo, fragile, da proteggere. Nel mondo occidentale il BS è stato identificato con il maschio, mentre il BO con la donna.

Questa dicotomia ha portato alla reclusione delle donne per secoli: mentre i maschi fin dalla loro infanzia possono e anzi devono giocare, a qualsiasi cosa purché giochino, le femmine sono avviate all’educazione alle buone maniere, passano la vita a scegliere i vestiti e a provare gli abbinamenti con il trucco (la Barbie ha rovinato tre generazioni almeno). Alcune filosofe femministe riconoscono che non è solo colpa di una forzatura imposta dai maschi, d’altro canto basta guardare la tv oggi, o sentire quante vogliono fare la velina o la modella. Per la Young, la donna è stata considerata un corpo-oggetto; deve essere bella, apprezzabile, beneducata. 

Vi faccio un esempio: Jan Boxill, che è filosofa e allenatrice di basket a North Carolina, racconta che la cosa più difficile da fare con le sue giocatrici è convincerle che difendere non è "poco femminile"; la difesa esige gambe allargate, urlacci per chiamare i tagli e gli aiuti e così via. Le brave ragazze queste cose, secondo le loro educatrici, non le devono fare, non sta bene.

Ma fare sport ha dei vantaggi per tutti, maschi o femmine che siano; a cominciare dalla forza fisica che aumenta, all’autostima, alla sicurezza di sé. L’ingiustizia causata dalla parificazione donna=BO è proprio l’esclusione da questi benefici, che sono gender-neutral, asessuati, per così dire. 

Il marketing degli eventi è fortemente influenzato da questa visione stereotipata; basta osservare il logo disegnato per l’occasione, quello che ho meso in apertura di questo post: la silhouette della giocatrice è decisamente marcata con connotati da "bella della tv", gioca su richiami sensuali - non ha nemmeno le scarpe!. Io avrei optato per un pallone rosa, per esempio. Poco impegnativo, un po’ più "corretto". Come diceva Linus van Pelt (se c’è un profeta, è lui), non dobbiamo mica essere tutti belli come divi della tv.


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