Gioco di squadra
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La pallacanestro è uno sport di squadra. Anzi, preferisco dire: la pallacanestro è un gioco di squadra. Stabilita questa eterna verità, resta da capire cose voglia dire. Perché si sa che molto spesso il basket non è interpretato da grandi altruisti.
Ma il problema non è solo del basket: l’altruismo è merce rara nel mondo. Molti (soprattutto economisti) hanno sostenuto che l’egoismo fa muovere le cose. Detto in modo molto semplicistico, l’Occidente, con l’enfasi posta sull’individuo, sembra terreno fertile per la crescita dell’egoismo. In fondo il capitalismo classico è l’espressione più compiuta di un sistema egoista.
Gli studi naturali hanno provato a cercare conferme al fatto che la vita è egoismo: il più famoso di questi studi è quello di Richard Dawkins, che nel 1976 parlava di gene egoista.1 Secondo Dawkins, ogni gene che compone i corpi degli esseri viventi ha il solo scopo di replicarsi, e per questo scopo usa tutti i mezzi che riesce a immaginare. Insomma, saremmo macchine che trasportano replicatori compulsivi. Dawkins, certo, sostiene che l’essere umano è l’unico, tra tutti i viventi, a capire questa funzione e quindi l’unico che, con un po’ di sforzo consapevole, se ne può liberare.
L’altruismo, oltre a essere una possibile strategia del gene egoista, in quest’ottica potrebbe quindi anche essere una cosa innaturale, creata dall’uomo per liberarsi dalla tirannia genetica.
Molti problemi sorgono dalla visione genocentrica che ha imperato per una decina d’anni (e ormai è molto ridimensionata); tanto per cominciare, un problema scientifico ma anche sociale: non sono solo i geni a formare i "corpi", c’è anche l’ambiente. La selezione naturale non viene certo da dentro, dai geni; viene da fuori, dall’ambiente. In secondo luogo, un problema di ordine filosofico: se davvero siamo schiavi dei geni che vogliono solo replicarsi, vuol dire che non siamo liberi di fare alcuna scelta (Schopenhauer parlava di voluntas). La filosofia morale sarebbe morta. Da questo, nasce un nuovo problema sociale: se sono i geni a condizionare i comportamenti dei corpi-macchine, i criminali non vanno puniti perché non avevano "vera" intenzione di fare del male, anzi i loro geni erano pienamente convinti di fare del bene. A se stessi, ovvio.
Ma torniamo all’altruismo come strategia: basandosi sulla teoria dei giochi si è pensato che un egoista razionale possa adottare un comportamento altruista quando vede che ne ricava un profitto maggiore. Da un fine egoista deriverebbe un atteggiamento altruista, una specie di do ut des.
La teoria dei giochi spiegata in breve: immaginiamo una situazione in cui due (o più) giocatori siano posti di fronte a delle scelte. Da ogni scelta deriva un profitto o una perdita in gradi diversi. Gli economisti, che usano questa teoria, sostengono che il giocatore è un egoista razionale: ha l’unico scopo di massimizzare il profitto personale.
Diciamo che siamo all’ultima azione di una partita, sotto di un punto, pronti all’ultimo tiro per vincere o perdere. Abbiamo messo palla in mano al miglior tiratore, che in questo caso è anche il più egoista della nostra squadra, quello che appena prende tira. In questa partita ha avuto una percentuale scandalosa, diciamo attorno al 20%. E questo giocatore è ancora lontano da canestro, diciamo a 8 metri. Più avanti, libero sotto canestro, c’è un giocatore buttato in campo per la prima volta, che non è esattamente un fenomeno al tiro, che è nervoso e un po’ ha paura di commettere errori. Ma come qualunque giocatore di basket, ha una certa voglia di avere il pallone in mano, e magari segnare il canestro della vittoria.
Cosa si fa? Il giocatore egoista (solitamente) capace la passa? La sua situazione è questa: se passa la palla, il compagno ha una posizione più favorevole e magari è più facile che faccia canestro, considerato che ha tirato col 20%. La squadra potrebbe vincere. Però, lo smarcato non sa tirare e potrebbe sbagliare: l’ultimo pallone va in mano a quelli che possono sopportare il carico. Qual è la strategia più razionale per uscire dall’impasse? Quale che sia la scelta, potremmo "pesarle" tutte e dare dei punteggi, in modo da valutare economicamente la razionalità di ognuna.
Se il "gioco" si fa una sola volta, si è scoperto, è più razionale scegliere una strategia che porta beneficio a se stessi senza curarsi dell’altro. L’egoista tira, e fa bene. Perché anche se sbaglia, si sa che è lui l’uomo dell’ultimo tiro, e poi si dice che ha coraggio, e che l’altro è un brocco e insomma, se si voleva vincere doveva tirare lui, e vada come vada.
Se il gioco invece si reitera, si ripete più volte, si aprono due possibilità. Qualora il gioco si reiteri un numero infinito o sconosciuto di volte, non conviene comportarsi in modo egoista. Un egoista non trova appoggio, non piace a nessuno. E se l’egoista continua a prendersi l’ultimo tiro quando tira male, va a finire che nessuno gli passa più la palla e lui ha finito di giocare a basket. Controproducente. Purtoppo la realtà spesso non funziona così e gli egoisti non capiscono questo livello di razionalità (esempio: la strategia capitalista che consuma le risorse del mondo per il profitto immediato di pochi).2
Se però il gioco si ripete per un numero finito o conosciuto di volte, allora conviene ancora scegliere l’opzione egoista. Perché si presume (o almeno, lo presumono gli economisti) che anche l’altro giocatore sia egoista e quindi se voglio il mio profitto è meglio che cominci subito a prendermelo.
Una lotta per accaparrarsi dei beni scarsi.
Oggi questa visione è messa fortemente in crisi. Non è difficile capire che è quella che si chiama "profezia autoavverante". Diciamo che gli altri sono egoisti e quindi dobbiamo pensare a noi, e in questo modo, comportandoci egoisticamente, causiamo il risentimento degli altri che, chiedendosi la fatidica domanda "ma io sono scemo?", diventano egoisti per non soccombere, per non restare esclusi dai beni. Il free rider alla guida della società, è paradossale. E distruttivo, chiaro.
Molti hanno sottolineato che invece gli esseri viventi non sono egoisti, ma socievoli. Frans DeWaal, primatologo, sostiene questo punto di vista. Ma lo faceva già Aristotele 2300 anni fa ("L’uomo è un animale sociale"). La scoperta dei neuroni specchio (un gruppo di neuroni che reagisce alle emozioni degli altri come se fossero nostre) è una solida base per pensare che non siamo nati per essere egoisti. Nel nostro cervello, il dolore o il piacere di un consimile (ma non solo, anche di altri esseri viventi non umani) provoca l’attivazione delle stesse aree che vengono attivate quando siamo noi stessi a provare dolore o piacere. L’etica della simpatia (Hume, Smith) diceva più o meno la stessa cosa senza bisogno di una risonanza magnetica funzionale. In greco, simpatia significa "soffrire, sentire insieme".
Da questo punto di vista, l’altruismo non è un sacrificio compiuto in vista di un maggior guadagno, ma la naturale condizione dell’essere vivente. Si può spiegare il fatto che siamo naturalmente altruisti con la teoria evoluzionistica: nel corso del tempo gli ambienti hanno selezionato gli esseri che erano pronti ad aiutare il prossimo, mentre gli egoisti, non aiutando nessuno, non ricevevano nessun aiuto nei momenti di pericolo. La lotta per la sopravvivenza predilige l’altruismo.
Si può obiettare che oramai le società umane sono zeppe di egoisti. Come mai?
Boh. Forse perché il cervello umano è strutturato per piccoli gruppi (ricorda e riconosce circa 150 persone, più o meno la quantità di individui di una tribù) e quando si confronta con gruppi più grandi fa fatica e si trova spaesato (si dice comunemente che nelle grandi città non c’è l’ambiente cordiale dei piccoli paesi - dove "ci si conosce tutti"). O può essere che una società dove le cose si comprano (e non si cacciano/raccolgono) abbia tolto la pressione della necessità di collaborare. O forse, è colpa di qualche egoista sopravvissuto che, giocando da free rider, guasta l’ambiente e tutti, chiedendosi "ma io sono scemo?", sono costretti a giocare sporco per non soccombere.
Note:
- Richard Dawkins, Il gene egoista, Mondadori, Milano, 1995.
- I presidenti statunitensi, che agli occhi del mondo sono colpevoli del rifiuto degli accordi di Kyoto, e sono visti come quelli che non credono a chi sostiene le teorie del riscaldamento globale, hanno una peculiarità, soprattutto i repubblicani. Sembra che molti (citiamo Reagan, Bush padre e probabilmente anche Bush figlio) ritengano prossima la fine del mondo, l’apocalisse. In questa situazione, stando alla teoria dei giochi (che dagli anni della guerra fredda è la teoria adottata senza riserve alla Casa Bianca), è razionale accaparrarsi tutto il possibile, tanto non c’è un domani e il "gioco" non si ripeterà, quindi l’egoista vince.
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), da qualche tempo mi sono formato un’idea precisa su quali siano i fondamentali davvero fondamentali, e propongo la mia classifica: