Kobe 52

02 12 06

A inizio stagione aveva problemi al ginocchio. Roba che un giocatore di basket comincia a preoccuparsi, di solito. Sono proprio le articolazioni più colpite dagli infortuni, e quando capitano lì sono gravi.

Per gli altri.

Perché Kobe ha già ricominciato ai suoi ritmi: il quarantello contro i Clippers del 22 novembre, e poi i 52 contro Utah. E, come al solito, non si accontenta di fare le cose normali: sembra in serata contenibile, all’inizio. Ma tornati dagli spogliatoi, le cose cambiano. Il terzo quarto è una mazzata sul groppone dei Jazz, cifre spaventose, non sbaglia niente: e piazza i 30 punti in un solo quarto, giusto per spiegare il gioco.

Per me non ci sono avversari. Mi sembra persino banale citare quelli che di solito vengono affiancati a Kobe, o addirittura ritenuti migliori: LeBron James, Dwayne Wade o chi vi pare. Bryant è il migliore. E lui lo aveva già detto a una conferenza stampa quando, diciassettenne, entrava nella NBA: "Io sono il migliore". Semplice, pulito, chiaro. E soprattutto non è una sparata da sbruffone, ha confermato di essere molto al di sopra degli altri.

Mi viene in mente, visto che sono un secchione umanista, una citazione omerica: quando Zeus decide che per un po’ i troiani debbano avere la meglio sugli achei, le divinità favorevoli ai greci sembrano ribellarsi. Zeus risponde una cosa del genere: attacchiamo una grossa fune alla terra, e voi tutti, dei, scendete all’altro capo, e fatevi aiutare dagli umani tutti e dal peso della terra e quindi dell’universo, e io solo, Zeus, da questo capo tiro la fune. Vinco io.

[Fonte dell’immagine: NBA/Getty/Bernstein


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