Un tema centrale nello sport contemporaneo. Il basket in Italia non è visibile "in chiaro", vale a dire senza doversi dotare di un aggeggio che decodifichi segnali emessi dietro pagamento di un (ulteriore) canone. Un uomo su tutti sta cercando di realizzare l’incubo del Grande Fratello orwelliano, impossessandosi di tutti i mezzi di comunicazione; il suo portafoglio, e i debiti di chi possedeva prima le fonti di comunicazione, gli permettono di portare a termine il suo progetto.
In Italia, dove ci distinguiamo come provincialotti con tutti i difetti che questa parola porta con sé, oltre al satellitare pay aggiungiamo anche un digitale terrestre (che è terrestre solo per distinguerlo da quell’altro modo di oscurare i contenuti e rilasciarli per profitto) che trasmetterà gli eventi sportivi solo a chi ricarica la scheda.
Entro nel merito proponendo una teoria filosofica. Peter Wenz suggerisce di riprendere la distinzione avanzata da Adam Smith (filosofo ed economista scozzese del Settecento) tra valore d’uso e valore di scambio. La prendo un po’ larga, abbiate pazienza. Il valore d’uso, in uno sport, sarebbe il valore della pratica in prima persona di quello sport: il fatto che migliorerò fisicamente, che potrò socializzare, che potrò aumentare la stima e il rispetto che ho di me - sono tutti benefici che derivano dalla pratica di uno sport. Si sta meglio, in parole povere. Il valore di scambio invece è quello che deriva da elementi che non sono essenziali alla pratica, ma la accompagnano a certi livelli: i guadagni, la fama, l’adorazione degli spettatori. Lo sport ne può fare a meno, tanto che quando si va al campetto non ci aspettiamo di sicuro cinquemila tifosi e le tv che ci riprendono.
Ora, secondo Wenz, un aumento del valore d’uso (cioè, un aumento della pratica in prima persona, un incremento dei praticanti) porta un parallelo e proporzionale aumento del valore di scambio (più praticanti = più spettatori: se gioco a basket, in tv guardo il basket prima e più degli altri sports; ma anche più praticanti = maggior diffusione dello sport = maggiore importanza di quello sport). Fin qui sembra ragionevole. Quello che si può notare, perlomeno superficialmente e in mancanza di analisi sociologiche dedicate, è che al contrario l’equazione non va. Un aumento del valore di scambio non porta a un aumento del valore d’uso, anzi causa una flessione del valore d’uso. Wenz la chiama Inverse Relationship Thesis (IRT), ma con termini familiari fin dalla scuola dell’obbligo possiamo dire che la relazione "valore di scambio-valore d’uso" è inversamente proporzionale (mentre ricordiamo che la relazione valore d’uso-valore di scambio è direttamente proporzionale).
Da questo ragionamento, dovremmo dedurre una politica sociale che preveda la riduzione a zero del valore di scambio per portare al massimo il valore d’uso. Eliminare le trasmissioni tv (e i compensi ai professionisti) per spingere tutti gli affamati di sport a praticarne, o a seguire eventi locali (una partita di Prima Divisione, Promozione, serie D che sia), contribuendo in questo modo a rilanciare tutto il movimento dal basso, non più soffocato dal peso del professionismo.
Questa in estrema sintesi una proposta di Wenz. A tratti è persino convincente e affascinante…
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