Ho fatto un sogno

01 04 06

Questa notte, ancora malato (una sorta di influenza, piuttosto forte con febbre alta e stanchezza etc.), ho fatto un sogno.

Ho sognato che ero al Pionir di Belgrado, zona parterre, c’erano solo delle transenne tra me e il campo; vagavo tra giornalisti, allenatori, addetti ai lavori e chiunque si vede solitamente a bordocampo. C’era un’aria tipo anni ‘70, le luci erano non abbacinanti, proprio luci tipo anni ‘70 su un campo da basket, presente quel giallognolo diffuso che si vede nei filmati? Ecco.

Ma non erano gli anni ‘70. Giocava la Jugoslavia contro gli Stati Uniti. Un partitone, e infatti il palazzetto era strapieno. Formazioni? Boh, forse non le ho mai sapute, forse non le ricordo adesso; ero lì per vedere la partita, non so con quali meriti o con quali barbatrucchi ero entrato, ma mi rendevo perfettamente conto del momento.

La partita si svolge, attacchi, contropiedi, pause, chiamate arbitrali (queste ne ho viste poche, per fortuna), insomma tutto normale. Poi a un certo punto emerge il giocatore che chiude i conti. Tra gli americani? Manco per idea. Tra i plavi. Un mito del recente basket italiano. Uno che non sta simpatico a nessuno, soprattutto a Carlton Myers. Chiaro?

Predrag Danilovic.

E la cosa impressionante è che non è il Danilovic giovane; è il Danilovic di adesso, con del bianco tra i capelli, qualche chilo di più, ma nel complesso decisamente in forma, proprio in palla, nessun problema alla caviglia, grande reattività, e solito killer instinct.

Comincia a bombardare il canestro da tutte le parti, uscendo - come marchio di fabbrica - dai blocchi. Quando si scalda, e con lui tutto il palazzetto, si prende la partita e decide cosa far succedere. E allora si sprecano provocazioni, schiacciate, triple, dai e vai (la cosa migliore del basket, non la fa più nessuno), spettacolo. E la gente si esalta, tutti in piedi, e lì nel parterre si comincia a vociferare, che il Danilovic alla fine mica è uno qualsiasi. Per la miseria se sa giocare. E che spettacolo di partita! Perché non è la partita dell’egoista, ma resta uno one-man show nel senso che è lui che dirige l’orchestra, smazza l’assist, prende il tiro o inchioda a due mani in contropiede.

Mai vista una partita così.

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