Carattere

08 03 06

Il carattere è un comportamento abituale. Questa è la definizione che al momento mi sembra più azzeccata. Sto ragionando su questi temi perché, se non lo sapete, sono dottorando in filosofia con un progetto di etica dello sport. Mi occuperò di identità e gruppo, razzismo e sessismo, e infine competizione. Come si può notare, il carattere bisogna prenderlo in considerazione. La definizione di carattere come comportamento abituale è piuttosto aristotelica. La definizione di virtù, in pratica. Un buon carattere. Ma va bene anche per un cattivo carattere, ovviamente. Si potrebbe dire che una somma di caratteri buoni costituisce una comunità buona. Oggi ci sono dottrine meno semplici, come la teoria delle capabilities di Amartya Sen (economista) e Martha Nussbaum (filosofa di professione), che mette qualche responsabilità anche a carico della comunità. Ma non è questo il luogo per approfondire: mi sto facendo domande, e quindi vediamo dove ci porta un po’ di brain storming. In primo luogo, se il carattere è un comportamento abituale, direi che può essere allenato. Proprio questo intendeva anche Aristotele, sviluppare il proprio ergòn (parola greca che si può tradurre con compito, potenziale, lavoro, mestiere etc. - il "mestiere" dell’uomo in quanto uomo è la virtù, il comportamento virtuoso) che è anche il proprio télos (il fine, lo scopo: una vita buona è una vita in cui si è sviluppato il proprio ergòn). Allora se può essere allenato è come un qualsiasi altro talento sportivo. Se io sono un tiratore nato, avrò una percentuale di tiri realizzati attorno al 50%, per esempio: se mi alleno, la percentuale aumenta. Ovvio. Quindi come allenatore potrei pensare di allenare anche il carattere dei miei giocatori. Parliamo di basket, che alla fine è questo l’argomento del blog: nella pallacanestro l’allenamento del carattere è una realtà come in qualsiasi altro sport. Di solito, si tende a focalizzare l’attenzione su pochi principi che vengono tramandati da sempre. Curiosamente, molti sono comuni a tutti gli sport: per esempio, "la difesa vince i titoli". Si tratta di un principio che agisce come fine per la costruzione del carattere del giocatore, lo sappiamo tutti: allenamenti duri, pensieri ossessivi, "non a casa mia", non si passa eccetera. Il carattere del giocatore è il carattere del duro, di quello che non molla, che è disposto a dare e prendere qualche mazzata piuttosto che lasciarti fare canestro. Gli esempi storici non si contano: addirittura una intera squadra, i Pistons degli anni ‘89/’90, esisteva solo grazie a questi principi, grazie a questo carattere. Erano i Bad Boys. I grandi giocatori sono emersi, si dice comunemente, proprio grazie al loro carattere: Bird, Jordan… persone che, si dice anche questo comunemente, avevano una grande etica lavorativa. Carattere ed etica lavorativa sono sinonimi dunque? Per me no. L’etica lavorativa può essere parte di un carattere - di uno buono come di uno cattivo, però. Gli aguzzini di Hitler, Mengele e Goebbels per esempio, avevano un’etica lavorativa molto spiccata; non erano mai stanchi del loro lavoro. Ma si trattava di uccidere persone. Quindi escluderei che l’etica lavorativa sia il tratto essenziale di un buon carattere. In una squadra di pallacanestro, viene molto apprezzato un giocatore con etica lavorativa. Questo è indubbio. Ma cosa ce lo fa apprezzare? Ecco un’altra domanda che mi trovo sulla strada. Potrebbe essere il fatto che io compagno di un giocatore che non si risparmia capisco che quel giocatore tiene alla squadra e all’obiettivo comune, che in quanto comune è anche mio. Vogliamo vincere, lui ci aiuta. Un passo indietro, torniamo ad Aristotele: c’è un obiettivo comune?! Un fine, uno scopo! La squadra intera, e non solo gli individui che la compongono, ha un ergòn, ha un mestiere, ha una capability: la vittoria. Il carattere della squadra si forma per perseguire e raggiungere quell’obiettivo. Si tratta dunque di fare dei passi, calcolati e ritenuti ragionevoli. A chi spetta il compito di calcolare i passi? All’allenatore. Abbiamo detto che il carattere è un comportamento abituale allenato, una seconda natura (o addirittura prima e unica natura, se viene ben assimilato). Un allenatore lascia il segno sulla sua squadra, si riconosce la sua mano si suol dire. Vedi una squadra di Messina e la riconosci, vedi una di Obradovic e la riconosci (ok, tranne le ultime nazionali serbe…), vedi una di Guerrieri e la riconosci - giusto per fare degli esempi. Allora andiamo all’allenamento per imparare a tirare i liberi, ma anche per imparare a comportarci, a sviluppare l’ergòn appropriato. Sta poi a chi fa la squadra trovare (o decidere?) quale sia appropriato: un gruppo di bastardi picchiatori, un gruppo di persone che si divertono, un gruppo di sportsmen che hanno a cuore il fair play e così via. Lo sport costruisce il carattere? Alcune indagini psicologiche svolte negli Stati Uniti degli anni ‘70 dicono di no: persone ipercompetitive, anche al punto di calpestare chiunque si metta in mezzo, si rivolgono spesso allo sport con già un carattere "da duri". Si è cominciato a dire che lo sport non forma il carattere, ma lo rivela. Eppure abbiamo visto che un po’ di brainstorming, lasciar girare il cervello su qualche punto, mi ha portato all’allenamento del carattere, quindi a una sua formazione nell’ambito dello sport. Che l’allenatore sia anche un po’ pedagogo non supisce nessuno. Ovviamente come analisi filosofica è superficiale, mancano riferimenti precisi, ma come dicevo è solamente un po’ di pensiero libero. Qualche suggerimento?

7 Comments »

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  1. Non sono un allenatore, ma alla mia ipotetica squadra chiederei:

    1- Rispetto: verso te stesso, verso i tuoi compagni e verso l’allenatore. Rispettare i ruoli e’ importante: uno fa il giocatore, un altro fa l’allenatore…

    2- Conosci te stesso: sia in allenamento che in partita, un giocatore deve dare quello che e’ in grado di dare. In allenamento deve cercare di migliorare le proprie carenze; in partita deve mettere in risalto le proprie qualita’.

    3- Spogliatoio: se non c’e’ coesione tra i compagni di squadra, non si puo’ lavorare bene e creare un gruppo. Questo significa anche che sono molto importanti le situazioni fuori dal tempo di allenamento: i discorsi in spogliatoio, il *terzo tempo* (stile rugby) dove si va a mangiare tutti assieme… E questo e’ utile per cercare un gioco di squadra.

    4- Il gioco: far capire che questo e’ solo un gioco e dare l’importanza giusta… magari mettere degli esercizi che stimolano una risata, piuttosto che fare due ore di allenamento durissimo. Nel secondo caso, magari creo dei campioni, ma ho “rovinato” la maggior parte dei giocatori.

    Comment by Amici del Campetto Staff — 13 03 06 @ 13:58

  2. hai dei principi. da dove arrivano?

    Comment by alex — 14 03 06 @ 14:53

  3. Credo che lo sport in generale assomigli molto alla vita, di conseguenza non sempre lo sport é educativo, formativo e quindi totalmente positivo.
    Qualsiasi cosa può essere positiva o negativa, quindi anche lo sport o meglio, nel nostro caso, il basket, ma dipende da come si fa: se si fa bene é positiva, se si fa male é negativa o almeno molto probabilmente può esserlo. Per la mia esperienza, però, lo sport di squadra é uno strumento senza confronti ed é sempre positivo se viene presentato come progetto di persona. E’ quindi importante che sia sempre al servizio del ragazzo e del suo sviluppo. E poi l’educazione sportiva é anche educazione alla vita perché insegna a legare il successo ai sacrifici.
    Il basket rappresenta il carattere della sfida (la sfida fra due squadre).
    Soprattutto con i giovani la sfida ci deve essere sempre.
    Nel basket la sfida, prima ancora che vincere o perdere una partita, é personale ed é quella della difficoltà del gesto tecnico.
    La grande sfida iniziale che fa giocare a basket é il desiderio, il piacere di fare canestro. La sfida é provare a fare una cosa perché non ci riesco, perché sono piccolo, perché non ho la forza. E questa é una sfida straordinaria.
    Per questo l’allenatore deve mettere costantemente i giocatori davanti ad una sfida e il suo compito fondamentale é quello di insegnare senza snaturare il carattere di sfida che il basket rappresenta. Un allenatore deve poi dare la giusta mentalità.
    Personalmente trovo molto più importante creare un’identità al gruppo, creando delle regole che devono essere rispettare con un certo rigore, questo perchè, come in tutti i rapporti interpersonali, si vengono a creare dei conflitti tra i diversi componenti di una squadra, vuoi per la personalità dovuta all’età, vuoi per il bagaglio culturale che ogni ragazzo si porta dietro, vuoi per le diverse attitudini e capacità che sono diverse ed intrinseche in ogni ragazzo, che se non vengono mitigate e regolamentate possono essere di ostacolo nella creazione e nello sviluppo dell’identità di una squadra.
    Le regole devono permettere, prima di tutto, di non creare delle disuguaglianze tra i ragazzi, ma devono essere poche, chiare e sopratutto uguali per tutti; non devono lasciare spazio a scusanti, tutti devono sapere cosa fare, quando farlo e sopratutto il perchè farlo.
    L’obbiettivo finale deve essere la crescita collettiva del gruppo, così facendo tutti otterranno il loro spazio, le loro piccole e grandi vittorie e si otterrà anche la crescita del singolo ragazzo.

    Comment by COACH BOLLINI — 14 03 06 @ 15:21

  4. Un po’ dalla mia esperienza di sportivo (ho praticato amatorialmente diversi sport con diversi allenatori) e naturalmente da questo blog…:)
    Sono dei principi difficilmente perseguibili in maniera completa. Ogni squadra e ogni campionato rappresentano situazioni diverse e bisogna comportarsi in maniera diversa.

    Comment by Amici del Campetto Staff — 15 03 06 @ 14:02

  5. Vado un po’ OT per un saluto :>
    Allora “sei finito” a Trieste? Come stai?
    Molto bello questo post, mi chiedo se hai del materiale su cui studiare o se devi costruire tu tutto da solo…

    Comment by tigrazza — 16 03 06 @ 15:05

  6. Oltre a quello che ha detto Coach Bollini, aggiungo solo una cosa pratica: soprattutto dopo una partita (all’inizio dell’allenamento successivo) e’ utile sentire le opinioni della squadra su cosa sia andato bene e cosa no. Prima il coach fa un’analisi della partita, poi si ascolta cosa pensano i giocatori.
    Naturalmente non bisogna essere accondiscendenti.
    Ciao.

    Comment by Amici del Campetto Staff — 17 03 06 @ 07:33

  7. Prendo in prestito una frase di un film:

    Il padre rivolto al giovane figlio che impugna la spada: “…prima devi imparare ad usare questa (indicando la testa) poi ti insegnero’ ad usare quella (indicando la spada)”.
    Come si potrebbe rileggerla in chiave cestistica? Prima bisogna imparare ad usare la testa (saper leggere il gioco, saper fare le scelte giuste…) poi si impara ad usare il pallone e le gambe.

    Comment by Amici del Campetto Staff — 21 03 06 @ 14:07

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